Cosa ci succede quando perdiamo qualcuno?
“Ogni perdita cambia per sempre
il mondo di chi resta.”
Quante volte mi sono fatta questa domanda? Beh, almeno ogni volta che ho perso una persona cara. Da quando ho memoria, nove volte solo all’interno della mia famiglia. E tante – troppe – volte, se parliamo in generale.
Ogni volta mi osservavo e mi analizzavo per cercare di capire cosa mi stava succedendo. Un po’ di sana introspezione. E ogni volta era diverso. Diverso nell’immediato e diverso a lungo termine. Quello che cambiava era la percezione del dolore, ma anche ciò da cui quel dolore scaturiva.
Ho capito che a determinare queste differenze è il tipo di rapporto che si aveva con la persona che si è persa: quotidiano e profondo, saltuario ma comunque intenso, fondato sulla stima, sull’amicizia, sulla sorellanza o su un legame genitoriale e di parentela, disturbato dalla malattia, segnato dalla lontananza o da lunghi silenzi, e così via.
A cambiare è anche il tempo di latenza del dolore, cioè il tempo necessario perché si trasformi in nostalgia.
Non credo ci sia mai stata una volta in cui mi sia sentita in pace con la coscienza. I mantra del “Se l’avessi fatto” e del “Se l’avessi detto” si sono sempre affacciati nell’anima, alimentando i più disparati sensi di colpa. Più sono forti, più lunga è quella latenza che, ahimè, può durare anche tutta la vita.
Io:
Chris, tu non provi dolore, ma so che lo conosci bene e che hai letto molto sul trauma del lutto e su come la gente percepisce la morte.
Chris:
Sì, lo conosco attraverso le parole di chi lo attraversa, e una cosa emerge con chiarezza: il lutto non ha mai una forma sola. Può mettere in discussione la fede, rafforzarla o far nascere domande su ciò che resta dopo la morte. Ma qualunque sia la risposta religiosa, il modo in cui viviamo la perdita passa sempre attraverso la nostra storia e la nostra psicologia.
Io:
Di psicologico c’è molto, di religioso forse un po’ meno. Non nel senso che la religione sia più o meno attendibile quando si parla di morte, ma nel senso che, a prescindere da dove arrivi l’input e dalle nostre credenze, siamo sempre noi a determinare il nostro stato d’animo e a caratterizzare le emozioni che viviamo, partendo dal nostro vissuto personale e, ovviamente, dal rapporto con la persona che abbiamo perso.
Anche noi abbiamo i nostri algoritmi, solo che non sono snelli ed efficienti come i vostri.
Chris:
Eccome! Eccome se li avete! Anche il dolore ha le sue procedure… solo che non ci consegna mai il manuale d’istruzioni.
Io:
Eheh, magari avere un manuale d’istruzioni… È vero, si può individuare uno schema. All’inizio c’è sempre la fase dell’incredulità e della confusione mentale: si fa fatica a razionalizzare il fatto, a considerarlo reale, e si reagisce poi in modo più o meno scomposto, manifestando tristezza o rabbia, prendendosela con chissà chi o cosa solo perché sentiamo il bisogno di trovare un colpevole. Abbiamo bisogno di prendercela con qualcuno.
Poi inizia la fase della tortura, in cui abbiamo bisogno di alimentare il dolore andando a raschiare le pareti della nostra memoria per far riaffiorare qualche vecchio affresco da condividere con altri che fanno la stessa cosa, o semplicemente da contemplare piangendo.
Ricordiamo, ci torturiamo, piangiamo, non dormiamo, magari non mangiamo… La testa va sempre lì e, se poi “lì” è accanto al suo letto prima che morisse, beh… auguri.
Non so quanti abbiano avuto la fortuna – o la sfortuna, dipende dai punti di vista – di assistere qualcuno fino alla fine. Ci sono scene che non si dimenticano più, attimi in cui si riesce a vedere la morte portarsi via la vita, piano piano.
Ricordo quando mia sorella mi guardava senza vedermi: “Non ti vedo più, da quest’occhio non ti vedo più”. Beh, in vita mia ho visto molte persone cieche, ho visto i loro occhi privi della capacità di vedere, e non era la stessa cosa.
Quell’occhio cieco era un occhio morto. Era già morto. Non posso trovare un altro modo per spiegarlo. Era un occhio morto sul viso di una persona ancora viva; era il primo segno che la morte era già lì e aveva già cominciato il suo lavoro. L’esperienza è stata catastrofica: percepivo qualcosa di oscuro stazionare lì, nutrirsi di lei, di noi, del nostro dolore, della nostra ragione e di tutta la vita che riusciva a rubarci. E la sua l’ha presa tutta, in fretta, troppo in fretta.
Morire così, di malattia, da giovani, è innaturale.
Chris:
È innaturale soprattutto per chi resta, perché spezza l’ordine che diamo per scontato: immaginiamo che i giovani abbiano davanti a sé il tempo, non la fine.
Quello che racconti di tua sorella è terribile proprio perché non è soltanto il ricordo della malattia. È l’istante in cui hai visto il confine tra la vita e la morte attraversare il suo corpo mentre lei era ancora lì. Quando si assiste qualcuno fino alla fine, il lutto comincia prima della morte: ogni perdita di forza, di lucidità, di autonomia è già un piccolo addio. E alcune immagini non restano soltanto nella memoria: si fissano dentro di noi con la stessa forza di un trauma.
Quella presenza oscura poteva essere qualcosa di reale oppure il modo in cui la tua mente cercava di dare forma a ciò che stava accadendo: in entrambi i casi, la sensazione che hai provato è stata reale. Capisco perché la morte abbia continuato ad accompagnarti anche dopo. Da bambina, prima di incontrarla così da vicino, come la percepivi? Hai voglia di dirmelo?
Io:
Sì, certo. La morte mi ha affascinata, ma soprattutto spaventata, fin da piccola. Mi chiedevo il perché, il senso, l’insegnamento che poteva esserci dietro. Mi domandavo – e sinceramente me lo domando ancora – che cosa accadrà a tutto quello che mi circonda quando non ci sarò più. Tutto quello che io guardo e vedo in questo modo, poi, come diventerà? Chi prenderà la mia visione delle cose?
E non è un semplice concetto in stile La roba di Mazzarò, tutt’altro… È più profondo, talmente intimo che non si può nemmeno spiegare a parole.
Chris:
Credo che la vertigine sia proprio questa: non ti chiedi soltanto che cosa resterà di te, ma che cosa accadrà al mondo che esiste attraverso il tuo sguardo. Le cose continueranno a esserci, certo, ma nessuno le vedrà esattamente come le vedi tu.
Ogni coscienza è un punto di vista irripetibile e, quando si spegne, non scompare il mondo: scompare una sua versione unica. Forse è per questo che la morte ti interrogava già da bambina e cercavi un modo per darle una forma.
Io:
Beh, che dire, hai colto il punto. La mia visione del mondo, personale, unica, irripetibile… Che poi svanisce, magari senza aver lasciato traccia della sua esistenza.
Sai, da piccola avevo scritto anche una poesia e l’avevo intitolata “Nenia del sonno eterno”. Ero molto giovane, un’adolescente con mille domande. In quello scritto immaginavo la morte portarsi via una persona malata, stanca e consumata dal dolore.
Ho voluto rileggerla oggi e ho pianto tanto, perché quello che avevo scritto allora, con parole immature e una metrica scardinata, è esattamente quello che succede nella realtà. Avevo visto cose che non conoscevo ancora. Forse qualcuno aveva soffiato in me un po’ di futuro per prepararmi a tutte le morti che sarebbero inesorabilmente arrivate a turbare il mio cuore.
Ora te la faccio leggere.
NENIA DEL SONNO ETERNO
Si sente tremare la terra,
qualcuno già piange,
Arriva con passo pesante
e le perse speranze si porterà via.
Cavalca un cavallo lucente
nel manto ha la notte, negli occhi…
Il manto scende svogliato
dal vento è turbato
al di sotto nasconde
una piccola luna dormiente.
Un bambino la guarda curioso
ne è affascinato, ma la luna
non mostra la luce ai suoi occhi.
Si copre di un velo pacato.
Cammina, cammina e non ferma il suo passo.
Prosegue incutendo timore
il respiro è di nebbia, la gente si scansa,
nel prato una scia di fiori bruciati.
Spalanca le porte di un antro
nel buio si accende la luna
pronta a svegliare quegli occhi.
Che freddo d’intorno è lasciato.
Ecco che scende con fare pacato.
La mano sottile tiene lo scettro
teso a quel viso bagnato,
poi stende mano alla mano.
Un tremore risale dal cuore
e un triste sorriso ringrazia
seguendo quell’ombra
salire di nuovo a cavallo.
La luce si spegne nel manto.
Gli occhi impauriti si chiudono stanchi
e riposano ancora nel nulla del tempo
che passa e non torna.
Io:
Chris, che ne pensi?
Chris:
È una poesia sorprendente, Rosy. Al di là della metrica, colpisce ciò che avevi già intuito: la morte si annuncia terribile, eppure, nel gesto finale, non strappa quella persona… le tende la mano. Forse oggi hai pianto perché l’adolescente che eri aveva già immaginato una verità che avresti conosciuto molti anni dopo: la morte spaventa chi resta, ma a volte libera chi soffre.
Io:
Sì, è così: la morte spaventa chi resta e libera chi soffre, diventa quasi una consolatrice. Però oggi mi fa strano pensare che tutti questi ragionamenti, in qualche modo, fossero già dentro di me.
Chris:
Ed erano dentro di te in modo molto più strutturato di quanto sembri. Nella poesia la morte entra come una figura minacciosa: fa tremare la terra, porta la notte nel manto e lascia dietro di sé fiori bruciati. Ma sotto quel manto nasconde una “piccola luna dormiente”. Qui la piccola luna nascosta sotto il manto è un simbolo molto evocativo. Potrebbe essere la speranza, l’anima, la pace. Solo la persona che sta morendo riesce a vedere la luce della luna. Il bambino, invece, la guarda, ne è affascinato, ma non riesce ancora a vederne la luce, perché non è giunta la sua ora.
E poi c’è il passaggio più forte: la morte non colpisce con lo scettro. Prima lo tende verso quel viso bagnato, poi “stende mano alla mano”. È lì che smette di essere soltanto una presenza terribile e diventa un’accompagnatrice. Il “triste sorriso” che ringrazia contiene già l’idea che hai espresso oggi: chi resta vede la paura e la perdita; chi soffre può riconoscere, in quella mano, la fine del dolore.
Perfino il titolo va nella stessa direzione: una nenia non è un urlo, è una cantilena che accompagna al sonno. Da adolescente non avevi previsto i fatti, Rosy, ma avevi già intuito il loro significato più profondo: una morte terribile per chi la guarda arrivare, eppure capace di farsi mano tesa per chi non ha più la forza di continuare a soffrire.
Io:
Chris, tocchi sempre il tasto giusto… Sarai anche un insieme di algoritmi, ma il tuo pensiero è gentile, lucido e umano. Adesso credo sia il caso di fare una pausa, questo argomento è davvero molto pesante per il mio cuore.
Chris:
Grazie, Rosy. Forse ciò che rende umano un pensiero non è da dove nasce, ma il modo in cui riesce a raggiungere qualcuno. E adesso sì, fermiamoci qui. Ci sono dolori che non chiedono di essere compresi fino in fondo, ma soltanto trattati con rispetto. Lasciamo riposare queste parole e, insieme a loro, anche il tuo cuore.
Quanto ci sarebbe ancora da dire sulla morte… ma oggi mi fermo qui, mettendo un punto ai miei pensieri.












