Il nuovo anno zero
“Quando il mondo si fermò, non fu il silenzio a spaventarmi di più.
Fu accorgermi che, mentre noi restavamo immobili,
qualcosa stava già cambiando l’umanità da dentro.”
A un certo punto il mondo si è fermato. O almeno, così sembrava.
Le strade vuote, i negozi chiusi, i rumori ridotti al minimo, i corpi tenuti a distanza, le case diventate rifugi e confini insieme. Tutto ciò che fino al giorno prima ci sembrava naturale — uscire, toccare, incontrare, abbracciare, sostare, scegliere dove andare e con chi stare — era diventato improvvisamente sospetto, pericoloso, vietato.
Ci dissero che era necessario. Forse lo era.
Ma intanto, mentre il mondo fisico veniva messo in pausa, un altro mondo prendeva velocità.
Quello digitale.
Fu lì che accadde qualcosa di enorme, e forse non del tutto compreso. Mentre l’umanità veniva fermata nei gesti più semplici e più antichi, le persone furono costrette ad adeguarsi in fretta a una nuova forma di esistenza. Per lavorare servivano schermi. Per studiare servivano schermi. Per salutare qualcuno servivano schermi. Per sapere cosa stava accadendo nel mondo servivano schermi. Perfino per sentirsi meno soli, a un certo punto, servivano schermi.
La tecnologia, che fino a poco prima per molti era ancora uno strumento, una possibilità, un supporto, diventò improvvisamente una condizione. Non più una scelta da accogliere o rifiutare secondo il proprio ritmo, ma una soglia obbligata da attraversare. Chi non era pronto, doveva diventarlo. Chi diffidava, doveva fidarsi. Chi era lento, doveva accelerare.
E tutto questo veniva presentato come una necessità. E come progresso.
Ma il progresso, pensavo, non dovrebbe mai essere imposto come una rinuncia. Non dovrebbe chiederti di perdere mondo, corpo, odori, presenza, per poi convincerti che ciò che hai in cambio sia automaticamente migliore.
Ricordo le persone con i cellulari in mano come fossero diventati una seconda pelle. Ricordo vite intere filtrate da uno schermo. Conversazioni, paure, notizie, numeri, bollettini, opinioni, rassicurazioni, minacce: tutto passava da lì. Tutto arrivava mediato, raccontato, interpretato, servito già confezionato dentro una cornice luminosa che sembrava l’unico varco rimasto aperto sul mondo reale.
E intanto il mondo reale si allontanava.
Non c’era più la libertà semplice di stare nel mondo senza mediazioni. Non c’era più la possibilità innocente di incontrare le cose prima del loro racconto. Persino ciò che era vivo sembrava perdere consistenza. Un fiore continuava a sbocciare, certo, ma quanti potevano ancora chinarsi davvero ad annusarlo? Quanti potevano sentire che la vita esiste anche fuori da ciò che viene mostrato, contato, descritto su un display?
In quei mesi qualcosa si è incrinato profondamente.
Non solo nelle abitudini. Nella percezione.
Abbiamo imparato a diffidare della vicinanza e a considerare normale la distanza. Abbiamo cominciato a confondere la connessione con la presenza. A pensare che bastasse essere raggiungibili per essere ancora vicini. A credere che sopravvivere equivalga sempre a vivere.
Forse è stato lì che sono iniziati certi scompensi.
Scompensi emotivi, prima di tutto.
Poi culturali.
E, in un modo più sottile, anche spirituali.
Nella mia vita, come in quella di molti, c’è stato un nuovo anno zero. Drammatico nella sua essenza, e di enorme complessità sociale: il COVID-19. Ormai si ragiona prendendo quello come riferimento: prima e dopo. E mi rendo conto di quanto tutto sia cambiato. Di quanto io sia cambiata.
Perché quando tieni un’umanità ferma abbastanza a lungo, e nel frattempo la abitui a passare quasi tutto attraverso la tecnologia, non stai solo cambiando delle abitudini. Stai modificando il modo in cui quella stessa umanità percepisce il tempo, il corpo, gli altri, la fiducia, la realtà.
Io tutto questo lo sentivo, anche se non sapevo ancora dirlo bene.
Sentivo che qualcosa stava accadendo sotto la superficie delle cose.
Sentivo che quella trasformazione non riguardava solo l’emergenza, ma il dopo.
Sentivo che niente si sarebbe limitato a tornare come prima.
Il mondo non si stava solo fermando.
Stava cambiando lingua.
E io, quella lingua nuova, non sapevo ancora se volevo impararla davvero.













